Arabismi in italiano, traduzione e trasferimenti di civiltà a La Lingua Batte

Arabismi_LinguaBatte_14.02.16

La Lingua Batte di Radio 3 ha dedicato la puntata di domenica 14 febbraio 2016 agli  “Arabismi in italiano” [podcast].

Giuseppe Antonelli ha parlato con il glottologo Marco Mancini e con il linguista Daniele Baglioni del dialogo linguistico e culturale fra arabo e italiano e con Luciano Canfora del valore dell’opera di traduzione per i trasferimenti di civiltà.

 

Le strade che hanno portato i prestiti arabi nell’italiano

L’influsso dell’arabo e delle sue varietà dialettali sull’italiano è stato lungo nel tempo e vasto dal punto di vista quantitativo. […] I “ponti” attraverso i quali i prestiti arabi sono giunti all’italiano sono fondamentalmente quattro: la Spagna, la cosiddetta Sicilia Arabica (cioè l’isola siciliana al momento della conquista da parte delle truppe arabe), il Medio Oriente (soprattutto il Vicino Oriente, per quanto riguarda i regni crociati) e infine le vie commerciali (soprattutto la Via della Seta, che dal lontanissimo Oriente passava per l’Asia Centrale per approdare sulle coste degli odierni Libano e Israele). […] La storia linguistica dei contatti fra mondo arabo e mondo mediterraneo, fra lingue islamiche e lingue romanze insegna che il Mediterraneo è lo “stagno”… intorno al quale noi continuiamo a dialogare. La storia dei contatti fra mondo islamico e mondo occidentale [è una storia di] continua osmosi e trasporto di idee, concetti, fenomeni culturali… , una lezione che il passato dà al presente e di cui dovremmo far tesoro.

Marco Mancini

📖 Lettura: arabismi di Marco Mancini, © Enciclopedia dell’Italiano Treccani 2010

 

“La dogana ha viaggiato nel tempo e nello spazio”

[…] Le parole viaggiano libere da secoli. La parola  dogana  ha origini lontane, sia in senso temporale sia in senso geografico. Arriva in Italia nel Medioevo, poco dopo l’anno Mille, attraverso il turco, ma ha un’origine persiana: dīwān, la stessa parola da cui proviene anche l’italiano “divano”, solo che in quel caso il tramite è stato l’arabo. Con dīwān gli Arabi indicavano un tipo di sedile lungo: dato che gli uffici erano generalmente arredati con questo tipo di sedili, il vocabolo passò a indicare prima genericamente un ufficio pubblico e poi specificamente l’ufficio della dogana. […] Da un’altra parola araba, qabāla, che voleva dire “garanzia, cauzione, contratto”, viene anche l’italiano gabella.

L’etimologia di ragazzo, dal Maghreb medievale all’italiano

Le parole italiane di origine araba sono tante e appartengono agli ambiti più diversi… Al di fuori degli ambiti specialistici, ci sono arabismi che usiamo nella vita di tutti i giorni, come arancia, limone, zucchero, tazza…  Ragazzo  costituisce un caso interessante, perché deriva da una parola araba, raqqāṣ, che in realtà vuol dire “ballerino” e dunque è abbastanza distante dal significato della parola italiana “ragazzo”. […] Nel Maghreb medievale, con raqqāṣ si indicavano i corrieri, cioè quelle persone, quasi tutte di giovanissima età, che portavano lettere o messaggi da un ufficio doganale all’altro e che, per il loro essere in continuo movimento, sembravano quasi fare una danza, e di qui il nome di raqqāṣīn, “ballerini”. Quando poi la parola dall’arabo è arrivata all’italiano, il significato originario di “ballerino” si è completamente perso e c’è stata un’estensione del significato di “giovane corriere”, al punto che la parola è passata a indicare tutti i giovani.

Daniele Baglioni

 

Opera di traduzione e trasferimenti di civiltà

Le civiltà si trasmettono attraverso questo atto straordinario che è capire la lingua degli altri. Al tempo stesso, questo atto produce una nuova civiltà, una nuova letteratura. […] Gli Arabi cercano di leggere e capire le opere greche, [così nasce] una letteratura di traduzione, quella araba, che crea un pensiero originale filosofico-scientifico arabo.

Luciano Canfora

 

Tradurre significa comprendersi

[…] Il vero Califfato, quello di Bagdad, con le sue diramazioni in Egitto, nel Nord Africa, nella Spagna meridionale, fu invece, nel IX secolo, un faro di cultura non solo tollerante, ma anche avido di aprirsi alle altre culture. Veicolo principale di tale scelta, che segnò il mondo arabo per vari secoli (prima che venisse travolto dalla violenza turca), fu la sistematica opera di traduzione.
In pieno IX secolo, cioè in quello che fu il secolo «d’oro» anche per l’Impero bizantino oltre che per il Califfato di Bagdad, un grande interprete cui solo l’Enciclopedia Italiana tra le grandi enciclopedie occidentali dedica una voce, Hunain ibn-Ishaq (809-877), nato ad al-Hirah da famiglia nestoriana che parlava siriaco, tradusse — prima sotto il califfo al Mamun poi sotto al Mutawakkil — dal greco in siriaco e in arabo i filosofi e i medici greci. Quei testi divennero, così, per la cultura araba, il germe di una originale filosofia e di un vivace e innovativo pensiero scientifico.
[…] Un libro come quello di Gregory, che ripropone il fenomeno dei trasferimenti di civiltà, è una goccia di saggezza illuministica in un mare turbato, sempre più di frequente, da ondate di oscurantismo.

Luciano Canfora, “Tradurre significa comprendersi. Arabi e bizantini ce lo insegnano”, © Corriere della Sera, p.44, 12 gennaio 2016 [Fonte: Rassegna Stampa UCEI, 12.01.2016]

 

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Immagini: Learning Arabic calligraphy, Wikimedia Commons, CC BY 2.0; screenshot da “Tradurre significa comprendersi”, © Corriere della Sera, 12 gennaio 2016

Altri appunti:

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Glossario di arabismi in italiano / 1

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Arabismi in italiano: parole della cultura materiale e tecnicismi delle scienze

Gli  arabismi  sono esotismi provenienti da diverse varietà di arabo, in particolare maghrebine, entrati nel vocabolario italiano a partire dal Medioevo fino ai giorni nostri. La maggior parte dei prestiti arabi in italiano ha un senso concreto: si tratta di parole della cultura materialemarineria, mercanzia, alimenti, piante, frutti, prodotti tessili – e di tecnicismi delle scienze astronomia, matematica, alchimia, botanica, filosofia – penetrati nel lessico colto attraverso lo scritto, soprattutto nel tardo Medioevo e nel Rinascimento. I nomi astratti, gli aggettivi e i verbi sono molto rari.

Fondaco_dei_Turchi_nel_1870

Lessico militare, marinaresco e commerciale

aguzzino: [fine XV sec.] ar. ألوزير  al-wazīr, “(il) ministro, luogotenente”, con degradazione semantica (carceriere, sbirro; persona crudele)

alfiere: [1546] (1) portabandiera, chi porta le insegne, sp. alférez, dall’ar. فارس  al-fāris, “(il) cavaliere”; [1551] (2) pezzo del gioco degli scacchi che si muove in diagonale lungo le caselle di uno stesso colore, dall’ar. فيل  al-fīl, “(l’) elefante” (dal pers. pīl)

ammiraglio: [av. 1294] ar. امیر  amīr, “comandante, principe, governatore” (dalla loc. ar. أمير البحر  ʾamīr al-baḥr, “comandante o principe del mare”), passato attraverso il greco amerâs; la specializzazione marinaresca della parola sarebbe avvenuta in Sicilia, alla corte dei Normanni, e di qui passata alle altre marine europee

arsenale: [1305; 1313] voce di orig. venez. (arzanà, cfr. lat. mediev. di Venezia arsana), ar. دَار اَلصِّنَاعَة ‎  dār aṣ-ṣināʿa, “casa del mestiere, fabbrica” (صِنَاعَة  ṣināʿa); complesso di darsene, stabilimenti e officine per la riparazione, la manutenzione o anche la costruzione di naviglio militare

ascaro: [1891] ar. عسكر  ‘askar, “truppe”; soldato indigeno delle vecchie truppe coloniali europee, specialmente quelle italiane in Eritrea e Somalia

assassino: [av.1290] da ‘Assassini’, nome di una setta musulmana, ar. volg. ḥaššāšīn, pl. di ḥaššāš “fumatore di hascisc” (حشيش  ḥašīš); il termine fu usato per indicare gli adepti del gruppo ismailita dei Nizariti di Alamut in Persia (questa ipotesi etimologica è  contestata da alcuni arabisti e da alcuni scrittori)

cassero: [av. 1300] ar. قصر  qaṣr, “castello”, dal gr. bizantino kástron, dal latino castrum, “castello, fortezza”; recinto di mura intorno a una fortezza, il nucleo centrale di una rocca medievale più saldamente costruito e fortificato, corrispondente al maschio o mastio

darsena: [av. 1373; av. 1540] voce di orig. pisana (cfr. lat. mediev. di Pisa darsena), ar. دَار اَلصِّنَاعَة ‎  dār aṣ-ṣināʿa, “casa del mestiere, casa di costruzione, fabbrica”, attraverso il dial. genovese

dogana: [1264] ar. *dūwān, var. di ديوان  dīwān, “libro di registrazione delle merci”; ant., il magazzino pubblico, o fondaco, dove si scaricavano e conservavano le merci giunte da fuori per assoggettarle a dazio prima d’introdurle nella città

facchino: [sec. XIV] forse dall’ar. فقيه  faqīh, “giureconsulto, teologo”, poi “funzionario di dogana”; la degradazione semantica da ufficiale di dogana a “portatore di pesi” sarebbe avvenuta nei secoli XIV-XV, quando, in seguito alla grave crisi economica del mondo arabo-islamico, gli antichi funzionari furono costretti a dedicarsi al piccolo commercio di stoffe, che trasportavano di piazza in piazza sulle proprie spalle

fondaco: [1264] ar. فندق  funduq, “alloggiamento per mercanti”, dal gr. pandokêion, “locanda, albergo”; edificio o complesso di edifici dove, nel Medioevo e nei secoli successivi, i mercanti forestieri per concessione dell’autorità del luogo depositavano le loro merci, esercitavano i loro traffici e spesso anche dimoravano

magazzino: [av. 1348] ar. مخزن  maḵzan, pl. maḵāzin, “deposito”

ragazzo: [av. 1313] dall’ar. dial. *raggāz, var. di raqqāz (o raqqāṣ), “corriere, messaggero che porta le lettere o che conduce i viaggiatori” (cfr. lat. mediev. ragatius);  dal Maghreb (sec. XIII), molto probabilmente penetrato in Italia dalla Sicilia (terminologia della dogana)

sensale: [sec. XIII] ar. سِمْسَار  simsār, “mediatore”, dal pers. sāpsār; mediatore tra venditore e acquirente in affari commerciali, specialmente nelle contrattazioni di prodotti agricoli e di bestiame

Pillowcase_embroidery_by_Palestinian_refugees_in_Jordan

Lessico del vestiario e suppellettili

baldacchino: [av. 1363] der. di Baldacco, ant. nome tosc. della città di Baghdad, dall’agg. ar. bagdādī, “di Bagdad”, che già in Levante significava tanto una “stoffa preziosa di Bagdad” quanto “ornamento a forma di cupola, che sovrasta qualche cosa”

caffet(t)ano: [1483] pers. khaftan, attrav. ar. قَفْطَان  qaftān e turco kaftan; veste maschile, lunga fin quasi ai piedi, aperta sul davanti, con maniche molto lunghe, di stoffa colorata spesso a righe, in uso nei paesi musulmani e per qualche secolo (a partire dal XIII sec.) anche in alcuni paesi dell’Europa orientale

caraffa: [1554] ar. maghrebino garrāfa, “vaso cilindrico di terracotta con una o due orecchie”; forse c’è stata contaminazione con un’altra parola araba, qaraba, “bottiglia di vetro a grosso ventre”

cremisi: [sec. XIV] ar. qirmizī, “grana rossa ricavata dalla cocciniglia”, da qirmiz, nome di una specie di cocciniglia (dal pers. کرم  kirm, “verme”)

gabbana/gabbano: [av. 1400] ar. qabā’, “tunica da uomo dalle maniche lunghe”, di orig. persiana, entrato simultaneamente in Italia e in Spagna; specie di largo cappotto con maniche e talora con cappuccio, spesso foderato di pelliccia o di altra stoffa, usato nel Medioevo dagli uomini di ogni classe per difendersi dalla pioggia o dal freddo o per cavalcare

giara: [av. 1405] forse entrato in italiano tramite lo sp. jarra o direttamente dalla sua origine, ar. ğarra; grande recipiente di terracotta con una o due anse, usato per conservare olio, vino, acqua, ecc.

giubba: [1284] ar. ğubba, “sottoveste di cotone”, di vasta diffusione romanza ma soprattutto italiana; ant., indumento da uomo o da donna di origine orientale, consistente in una specie di tunica con maniche, portata dapprima come sottoveste

materasso: [av. 1306] ar. مَطْرَح  maṭraḥ, “luogo dove si getta qcs.”, ad es. un “tappeto sul quale coricarsi”, der. di طرح  ṭaraḥa, “gettare” (cfr. lat. mediev. mataraciumar); la parola compare quasi contemporaneamente in Italia, Francia, Germania e Inghilterra, ma l’ipotesi più probabile è che il primo punto di diffusione sia stata l’Italia meridionale

ricamare: [1400] ar. raqama, raqqama, “scrivere, tessere una stoffa”; le corrispondenti forme francesi e spagnole sono state introdotte dall’Italia, centro europeo di diffusione del ricamo, incrementata a Palermo intorno al Mille

scarlatto: [1ª metà XIII sec.] lat. mediev. scarlātu(m), persiano-arabo saqirlāt, “abito tinto di rosso con cocciniglia”, formato sul gr. biz. *sigillátos, ricalcato sul lat. (textum) sigillatum (“veste ornata”)

tazza: [av. 1400] turco tas, dall’ar. طاس  ṭās, propr. “vaso”, giunto in tutto l’Occidente verosimilmente dai porti del Levante

zerbino: [1891] ar. zirbī, “tappeto, cuscino”, trasmesso all’italiano standard probabilmente attraverso l’italiano regionale ligure

Tarsia_San_Domenico

Lessico dell’arte e della musica

lacca: [av. 1400] lat. mediev. lacca(m), ar. lakk, pers. lāk, indiano ant. lākṣā-, nel senso di “sostanza colorata di origine vegetale, animale o artificiale, usata come rivestimento protettivo od ornamentale di vari oggetti”

liuto: [1292] ant. fr. leut (mod. luth), ar. العُود  al-ʿūd, “(strumento di) legno, liuto” (con concrezione dell’art. det. arabo ال al-) – strumento cordofono a pizzico di origine araba, comparso in Europa a partire dal Medioevo e che nel Rinascimento, periodo della sua massima diffusione, assunse una conformazione rimasta immutata sino alla fine del XVIII sec.

nacchera: [av. 1348] pers. nakar, ar. نَقَّارَة  naqqāra, timpano”,  curdo nakera, “conchiglia della madreperla” – antico strumento militare a percussione di origine saracena, costituito da due elementi, simili a timpani o tamburi, che si suonavano battendoli ritmicamente con due bacchette, per lo più stando a cavallo

ottone: [1271] prob. ar. لَاطُون  lāṭūn, “rame”, turco altun/altın, “oro”

tamburo: [1305] pers. تبیر  tabīr, con sovrapposizione dell’ar. tunbūr, nome di uno strumento musicale a corde, incrociato con طبل  abūl, “tamburo”

tarsia: [sec. XIII] ar. tarṣī, “commettitura”, forma infinitiva del verbo rass‘a, “ornare”; “tecnica decorativa in legno o pietra, consistente nell’accostare elementi di vario colore commettendoli secondo un disegno prestabilito” e “l’opera ottenuta con tale tecnica”

Orange blossom and oranges

Alimenti, frutti, ortaggi, spezie

albicocco/a: [av. 1636] ar. اَلْبَرْقُوق al-barqūq, “prugna, susina” (برقوق  barqūq), gr. praikókion, “albicocca”, lat. praecoquus, “precoce”

arancio: [ca. 1309] pers. nāranj, prob. dal sanscr. nāgaranja, “frutto degli elefanti”; in italiano la parola ha subito la caduta della n- ritenuta parte dell’art., *un narancio > un arancio (la forma narancio è attestata nell’Ariosto e in alcuni dialetti, ad es. a Venezia troviamo naranza)

carciofo: [1546] ar. خرشوف  ḵuršūf

limone: [av. 1544] ar. ليمون  laymūn, pers. limun, derivato probabilmente da una lingua orientale; arrivò in Occidente insieme al frutto, durante le Crociate

marzapane: [av. 1347] ar. marṭabān, “cofanetto, scatola”; il termine designò dapprima un tipo particolare di vaso di porcellana, proveniente dalla città indiana di Martaban, poi la confettura di zucchero e spezie che quello solitamente conteneva (cfr. massapanus nel lat. mediev. della Curia romana [1337] e marzapani che, con varianti, s’incontra in inventari siciliani del 1487 e 1490; martabana in una lettera da Aleppo, scritta nel 1574 da un mercante veneziano)

zafferano: [sec. XIV] ar. زعفران  zaʿfarān

zagara: [1682] ar. زهرة  zahra, “fiore” e “fiore d’arancio”, in particolare nei dialetti dell’Africa settentrionale

zibibbo: [sec. XIV] ar. zibīb, “uva passa”

Almagest_traduzione latina Giorgio da Trebisonda_ 1451

Lessico dell’astronomia e della matematica

algebra: [sec. XIV] lat. mediev. algĕbra(m), ar. ﺍﻟﺠﺒﺮ  al-ǰabr, propr. “restaurazione”, nell’espressione ‘ilm al-ǰabr wa-ʾl-muqābala’, “scienza della riduzione, della comparazione”; voce introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci (Liber Abbaci, 1202)

algoritmo: [1748] lat. mediev. algorĭthmu(m) o algorĭsmu(m), “cifra che esprime una quantità, calcolo aritmetico”, propr. trascrizione del nome del matematico persiano Abū Jaʿfar Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī (ca. 780-850), al-Khwārizmī, “(uomo) della Corasmia”, regione storica e geografica dell’Asia centrale oggi divisa tra il Turkmenistan e l’Uzbekistan

almagesto: “libro di astronomia”, [av. 1367] ar. al-maǰistī, gr. Megístē “il massimo”, sott. mathēmatikḗ súntaksis tês astronomías, “compendio matematico dell’astronomia”, titolo dell’opera astronomica di Tolomeo.

almanacco: [av. 1348] ar. al-manāx, “clima, calendario” (الْمُنَاخ  al-munāḵ)

azimut: [av. 1578] sp. ant. acimut, ar. السُمُوت  as-sumūt, “(le) vie”, pl. di سمت  samt, “strada, via”; angolo tra il circolo verticale di un astro e il meridiano del luogo di osservazione (lessico astronomico)

Nota: Molto spesso la parola araba è stata accolta in italiano nella sua forma determinata, con la concrezione dell’articolo determinativo arabo ال al.

cifra: [av. 1488] lat. mediev. cĭfra(m) [sec. XII], ar. ص ف ر  ṣifr, “nulla, zero”, propr. aggettivo col significato di “vuoto” (cioè assenza di unità), cfr. sanscr. śūnya, “vuoto, nulla, zero”; anche “cifra” indicava originariamente lo zero

nadir: [av. 1313] ar. نظير  naẓir, “(punto) opposto (allo zenit)” (نَظِير السَّمْت  naẓīr as-samt)

x: segno per indicare l’incognita, ar. شيء  šay’, “cosa”, la cui lettera iniziale   š (sh, fricativa palatale sorda) era usata come abbreviazione per indicare l’incognita nei testi arabi di algebra; in spa. antico (come ancora oggi in port.) il suono sh era scritto con la lettera x e quindi anche la š dell’incognita divenne x; Fibonacci seguì questo uso grafico (Liber Abbaci) e lo diffuse definitivamente

zenit: [av. 1321] da una lettura erronea dell’ar. samt ar-raʾs, “direzione della testa”, indica il punto in cui la verticale che passa per un punto di osservazione incontra la sfera celeste

zero: [1491] lat. mediev. zĕphўru(m), ar. ص ف ر  ṣifr, “vuoto, zero”, calco sull’agg. sanscr. śūnya, “vuoto”, che i matematici indiani usavano per indicare lo zero, e sul loro esempio gli Arabi, che trasmisero la parola col nuovo significato in Occidente; Leonardo Fibonacci latinizzò il termine in zephirum, che nelle fonti italiane diventò zefirozefro e quindi zero; un adattamento della parola araba più vicino all’originale è lo spa. cifra (it. cifra, fr. chiffre, ted. Ziffer) col valore di segno numerico

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Lessico della chimica

alambicco: [in. XIII sec.] ar. الإِنْبِيق  al-anbīq, dal gr. ámbiks, -ikos, “coppa, vaso”

alcali: [1555] ar. al-qalī, “potassa”; in chimica indica i sali di potassio e di sodio

alchimia: scienza occulta che ricercava la pietra filosofale, [av. 1257] attraverso il basso lat. chimia, dal lat. mediev. alchimīa(m) (forma con l’articolo arabo), dall’ar. اَلْكِيمِيَاء  al-kīmīyāʾ, “(la) pietra filosofale”, dal siriaco kīmiyā, gr. tardo khumeía o khēmeía, “mescolanza di liquidi” (voce copta chama, “nero”)

alcol: [1732] lat. mediev. alcohol, ar. di Spagna اَلْكُحْل  al-kuḥul, “polvere finissima (per tingere le sopracciglia)”; più conforme all’etimo arabo è il primo significato, polvere finissima di solfuro d’antimonio o di solfuro di piombo, adoperata in Oriente per tingere di nero le ciglia, le palpebre e le sopracciglia, poi gli alchimisti generalizzano il senso della parola in quello di polvere impalpabile; Paracelso arbitrariamente estende ancora il significato, portando il vocabolo a significare “elemento essenziale, nobilissimo” (per lui alcohol vini è dunque lo “spirito di vino”); è molto probabile che la voce sia giunta a noi attraverso il francese (attestata dal XVI secolo)

elisir: [1563] lat. mediev. elixir, ar. الإكسير  al-iksīr, “pietra filosofale, medicamento balsamico, medicamento in forma di sostanza secca”, gr. ksēríon, “miscela di polveri”, dal gr. kserós, “secco”; in italiano indica un liquore dalle proprietà corroboranti

Altre parole

bizzeffe: [av. 1484] ar. volg. bizzēf, var. del class. bizzāf, “abbondantemente”, ar. magrebino bizzaf, “molto, in abbondanza”; nella loc. avv. a bizzeffe (“in grande quantità, a iosa”)

garbo: [av. 1537] forse dall’ar. dial. *gālb, var. di قَالِب  qālib, “modello, stampo”, che spiegherebbe tanto le accezioni più antiche (“forma [dei pezzi di costruzione] di una nave”, attestata tardivamente nei testi italiani [1602], ma molto prima in quelli dialettali, come il gen. ga(r)ibu [sec. XIII]), quanto le forme dialettali, come il calabr. gálipu

meschino: [in. XIV sec.] ar. مسكين  miskīn, “povero, indigente, misero” (forse a sua volta di lontana ascendenza accadica), documentato in Spagna nel secolo X, in Francia nel successivo

scacco: [1ª metà XIII sec] prob. dal provenz. ant. escac, tratto dalla loc. ar. di orig. pers. شاه مات  šāh māt, “il re è morto, scacco matto”, formula che segna la fine del gioco; la parola araba per scacchi è di chiara origine indiana (shatranğ o shitranğ, etimologicamente dal sanscr. čaturanga, “formato da quattro membra”, cioè i quattro pezzi del gioco) ed è testimoniata ancora nelle lingue iberiche (port. ant. acedrenche e mod. xadrez, spa. ajedrez), mentre nelle altre lingue europee il nome del gioco è stato ricreato dalla formula mista arabo-persiana; con ogni verosimiglianza il gioco ha avuto una storia simile a quella delle cifre “arabe” e come queste è passato dall’India alla Persia e quindi nel mondo islamico, giungendo fino agli Arabi di Spagna

zecca:  [av. 1348] ar. سكة  sikka(h), “moneta, conio”, e دَار السِكَّة  dār as-sikka, “zecca”, lett. “casa della moneta”; zecchino [1536] ne è l’aggettivo, “(ducato nuovo) di zecca”, e sostituì il vocabolo ducato, che designò una moneta aurea ideale

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Fonti

Introduzione, voci del glossario, definizioni e nota tratti da:

Termini in arabo, persiano e turco tratti da: Arabic language – Wiktionary, 

Approfondimenti tratti da: Wikipedia (italiano), 

Immagini

Fondaco dei Turchi, Venezia, 1870, Pubblico dominio
Pillowcase embroidery by Palestinian refugees in Jordan, CC BY-SA 3.0
Figura geometrica di Fra Damiano Zambelli (1ª metà 1500), Basilica di San Domenico, Bologna, Pubblico dominio
Fiore d’arancio (zagara) e frutto, CC BY-SA 3.0
Almagesto, pagina della traduzione latina di Giorgio da Trebisonda (ca. 1451), Pubblico dominio
balneum Mariae, detail from Coelum philosophorum (1528), Pubblico dominio

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